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LA TRILOGIA DEGLI ELEMENTI

Prima parte
Frammenti in forma di concerto
Ismene / L’Acqua
Fedra / Il Fuoco


Seconda parte
Messinscena per il Teatro Olimpico
Aiace / L’Aria

testi Yiannis Ritsos
ideazione Marianne Pousseur e Enrico Bagnoli
musiche originali Georges Aperghis e Marianne Pousseur
regia, scene e luci Enrico Bagnoli
suono e scenografia sonora Diederik De Cock
costumi Christine Piqueray
con Marianne Pousseur

durata 1 ora e 50 min compreso un intervallo

Programma

Tutta l’opera di Yannis Ritsos, nato nel Peloponneso nel 1909 e morto ad Atene nel 1990, due volte deportato e incarcerato dal governo del suo paese, è pervasa dal suo attaccamento alla “grecità”. Si rifà alle radici della memoria storica per trasportarle nel suo tempo. A nostra volta, proseguiamo il cammino iniziato dal poeta per farle giungere fino a noi. Nei testi originali si innestano la voce, i corpi, la musica e le arti visive, strumenti tecnici ed elementi poetici al tempo stesso. Il rifiuto del potere (Ismene), la questione della purezza (Fedra) e, infine, la perdita totale della propria identità unitaria (Aiace), sono oggi argomenti talmente problematici che sembra impossibile non tentare un qualche gesto. Non si tratta naturalmente di una forma di risposta, ma piuttosto di un confronto, di un appello, di un modo di provocare attrito fra di noi, un tentativo di accendere  una fiamma attraverso lo sfregamento di due silenzi.

La ricerca che da anni la Compagnia diretta da Enrico Bagnoli e Marianne Pousseur conducono sulla attualizzazione della tragedia greca attraverso i testi del poeta greco Yiannis Ritsos approda per la prima volta in forma unitaria al Teatro Olimpico. Per questa occasione  le figure di Ismene e Fedra  sono tratteggiate attraverso frammenti in forma di concerto, mentre la figura di Aiace prende una  forma teatrale complessa, con una tessitura originale di diverse lingue e sonorità mediterrranee.

 

Prima parte

Frammenti in forma di concerto

 

Ismene è una creazione originale del musicista Geoges Aperghis sul poema omonimo di Yiannis Ritsos. Un’opera per voce sola, una specie di dialogo interiore, una performance per un corpo e gli elementi naturali. Prima di tutto un invito rivolto agli spettatori a osservare e comprendere, ad entrare in un’installazione visuale intrecciata ad una vocalità assolutamente scarna, in un movimento che associa la massima apertura alla concentrazione più estrema. Ismene, come una giardiniera della memoria, coltiva in solitudine il contatto sensoriale con gli elementi della sua infanzia. Dal suo attaccamento ai valori più minuti, in contrasto con l’assoluto rigore della sorella Antigone e con la grandiosità di orizzonti propria della vita di palazzo del padre Edipo, nascono un pensiero, un discorso, una visione costruiti con lentezza e serenità. Questo lavorio, realizzato da una donna al termine della sua esistenza che porta con sé il suo fardello di esperienza e violenza, trasformato in una lunga meditazione al tempo stesso visionaria e poetica, fa  di  Ismene un  personaggio universale e  al  tempo stesso unico ed affascinante.

 

Con Fedra, Marianne Pousseur ed Enrico Bagnoli indagano le radici della tragedia ed individuano un modo originale di formulare le domande essenziali sull’ingiustizia e la responsabilità. La Fedra di Ritsos è una donna complessa. È presa da un amore improvviso, che cambierà per sempre la sua vita. Nonostante l’inconcepibile differenza d’età tra una donna matura ed un uomo, Ippolito, che potrebbe essere suo figlio, e nonostante il rapporto quasi filiale che li unisce, il loro amore potrebbe essere bello, puro, giovanile. Ma la risposta è brutale. Questa passione risulta colpevole, impura, sporca. Nelle parole di Ippolito le donne sono in se stesse impure, ancor prima di essersi macchiate della minima colpa. Al di là della questione della femminilità, si pone semplicemente quella della “purezza”. Fedra è vittima di una situazione che l’imprigiona come un uccello nella colla. Qualsiasi atto, qualsiasi scelta la invischiano sempre di più. Soltanto la morte potrebbe risolvere la situazione ma, come dice Ritsos, essa arriva sempre troppo tardi. Alcune macchine, dette celibi perché non sono azionate dalla mano dell’uomo, sviluppano una loro attività autonoma e incessante, mosse da leggi della fisica e della chimica. Gli elementi naturali essenziali nelle loro molteplici trasformazioni creano una polifonia di suoni e movimenti meccanici. L’azione delle macchine celibi è un’eco, una proiezione di Fedra e rende la scena di volta in volta un organismo vivente, un luogo di fantasmi e un meccanismo infernale.

 

Seconda parte

Messinscena esclusiva per il Teatro Olimpico

 

Nell’ultimo lavoro che Marianne Pousseur, Enrico Bagnoli assieme a Diederik De Cock dedicano a Yannis Ritsos, la parola viene data ad Aiace. Espressione dell’eroe maschile per antonomasia, Aiace è virile, forte, coraggioso, nato per combattere. Ma, ogni volta che tutte queste qualità sembrano farne un uomo indistruttibile, si ritorcono contro di lui. Egli viene umiliato nella sua mascolinità, in tutto ciò che ci si aspetta da lui. Il suo equilibrio interno si infrange, portandolo ad una terribile crisi d’impotenza.

Ritsos si chiede cosa succeda se tutti gli onori, le glorie e le lodi si rivelano pure illusioni. Se il codice d’onore di una società basata sull’eroismo è una pura fantasia? Dopo la morte di Achille, Aiace è convinto di ricevere le armi dell’eroe defunto che invece vengono date ad Ulisse. Furioso, si lancia per uccidere Ulisse e i suoi compagni, ma Atena lo induce a sterminare al loro posto un gregge di pecore. Ritornato in sé, si sente umiliato nell’essenza della sua mascolinità. Ritsos inizia la storia di Aiace da questo punto. Come nel caso di Ismene e Fedra, l’eroe viene condotto di fronte alla sua stessa verità. Il pensiero, il linguaggio, la presa di coscienza della sua posizione in rapporto al mondo che lo circonda si disvelano all’improvviso. Nella coraggiosa, lucida ed impietosa auto-analisi l’eroe perde una serie di valori e riferimenti che aveva cercato di padroneggiare e si ritrova in un vuoto che lo condurrà alla scelta estrema. È nell’accettazione cosciente della realtà e del proprio destino che Aiace troverà una nuova forma  di eroismo. Un’Odissea tra le ombre e le luci dell’animo umano.